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  • Immagine del redattoreSara Baroni

Donne nelle scienze: la battaglia nel silenzio

Il silenzio: la battaglia che unisce Chiara Ferragni, i centri D.i.Re e le donne nelle scienze.



Come si cambia il mondo?

Essendoci, facendo sentire la propria voce, la propria presenza.

Facendo sì che il proprio lavoro parli, anche attraverso altri, per aiutare il prossimo.

Al contrario di tutti quegli stereotipi che ci vorrebbero rivali, nemiche, noi donne abbiamo un grande potere ancestrale che ci rende uniche e ci conferisce autorità: la sorellanza.


Tutt* abbiamo visto almeno un centinaio di post sugli abiti di Chiara Ferragni a Sanremo, e tutt* abbiamo avuto l’opportunità di conoscere, tramite lei, Antonella Veltri, direttrice dei centri antiviolenza della rete D.I.Re (donne in rete contro la violenza).



Se ti è capitato di leggere l’intervista di Silvia Nucini (su Vanityfair) a Chiara ed Antonella, allora lo sai già.


Sei consapevole che le polemiche a questa operazione mediatica sono tante, ma sai anche che la stessa direttrice ha affermato:


“Il silenzio non è necessariamente un valore. Il silenzio è anche quello in cui sopravvive la violenza”.


Perché aprire la giornata delle donne nelle scienze con un’intro relativa ai centri antiviolenza?

Perché il problema è comune: una violenza di genere che si perpetua a causa del silenzio.




Donne nelle scienze la battaglia nel silenzio

Maria Sibylla Merian, Gertrude Belle Elion, Hedy Lamarr, Raye Montague e Ilaria Capua sono solo cinque delle donne che, nel corso della Storia, hanno visto cancellato il proprio importante contributo in campo tecnico e scientifico.


La sottorappresentazione e la sottovalorizzazione femminile nel settore STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è un fenomeno che non riguarda solamente la memoria storica: si tratta di una questione ancora irrisolta.


Il rapporto UNESCO relativo allo sviluppo scientifico afferma che le donne hanno pressoché raggiunto la parità in termini di accessibilità ai livelli di studi più alti: su scala globale, il 45-55% delle donne possiede una laurea di primo grado o una specializzazione, ed il 44% uno o più dottorati.


Nonostante queste cifre sembrino incoraggianti, il report evidenzia che questo trend non viene mantenuto nel passaggio dal mondo accademico a quello lavorativo. Secondo i dati solamente il 33,3% delle donne passa ad essere effettivamente parte della forza lavoro in questi settori. Il numero cala addirittura al 28% ed al 22% nei campi di ingegneria ed intelligenza artificiale.


Ad attendere le donne, una volta terminati gli studi, ci sono per lo più percorsi lavorativi più corti e sottopagati, una scarsa visibilità nelle pubblicazioni divulgative di alto profilo, nelle società private e nei ruoli di leadership.

La Quarta Rivoluzione Industriale – essendo imperniata sui settori della ricerca e delle nuove tecnologie, in cui le donne sono già una minoranza – non farà altro che approfondire il divario del gender gap.




I 3 motivi che ti impediscono di emergere:

1. Gli stereotipi di genere. Ingegneria, matematica e scienze in generale sono considerate settori prettamente maschili. Ma non saranno certo gli uomini ad abbattere questi comodi stereotipi: spetta a noi alzare lo sguardo, renderci conto che il mondo sta cambiando e farlo insieme ad esso, per non vederci tagliate fuori.


Comportamenti svilenti nei confronti delle giovani studentesse nell’ambiente scolastico e in quello familiare sono all’ordine del giorno. Spesso e volentieri le capacità delle bambine e delle ragazze vengono sottostimate, presumendo a priori che dovranno impegnarsi maggiormente per raggiungere livelli di eccellenza vicini a quelli dei loro pari maschi.



Se è vero che il lavoro di cura spetta ancora alle donne, allora iniziamo da li, dove possiamo contribuire, silenziosamente, a cambiare la futura visione del mondo: abbiamo la possibilità di educare le nuove generazioni di bambine, di future professoresse e futuri insegnanti ad interrompere questi stereotipi.


2. La mancanza di modelli di riferimento. Libri di storia, media e cultura popolare certo non aiutano le voci femminili ad emergere. Anche qui, però, partiamo dal basso: leggendo alle nostre figlie e ai nostri figli storie motivazionali ricche di esempi di grandi donne in ogni ambito, come “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Chissà che un giorno non venga adottato anche come libro nel programma nelle scuole elementari statali.



3. L’oggettiva predominanza della cultura maschile e maschilista nel settore innesca un circolo vizioso di esclusione. Lo scarsissimo supporto nei confronti delle figure femminili, rende infatti ancor meno attraente la prospettiva di intraprendere un percorso professionale tecnico-scientifico. Ma, di nuovo, il cambio generazionale è inevitabile: le scelte dei genitori di oggi influenzeranno inevitabilmente le mentalità del futuro.


Per questo, ora più che mai, è necessario essere consapevoli del grado di responsabilità che ci assumiamo scegliendo di intraprendere un percorso genitoriale. Nel concreto già adesso, grazie alle politiche dell’Unione Europea e al sostegno che ricevono le regioni italiane, esistono ottimi programmi STEM per ragazze.



Vediamo già operare, nel concreto, figure di riferimento entusiaste, in grado di valorizzare le giovani donne e plasmare per loro percorsi formativi qualificanti e valorizzanti. Un esempio di donna che lavora per le donne, e che merita davvero molta stima è la Prof.ssa Claudia Canali, inventrice di un meraviglioso programma di coding per ragazze, che ha ottenuto il sostegno della regione per espandere il proprio progetto formativo sul territorio regionale dell’Emilia Romagna.


Gli esempi sarebbero davvero tanti, e troveranno tutti il proprio spazio in questa rubrica. Ora però vorrei tornare al concetto iniziale, per unire i puntini.




Perché è importante esserci?

Scegliere di non essere presenti in questa quarta rivoluzione industriale, quella digitale, significa perdere il contributo femminile, relegare nuovamente le donne a spettatrici passive della propria storia per i prossimi decenni, forse secoli.


Scegliere di non agire, oggi, comporta una presa di posizione nociva per le future generazioni di donne.


Noi donne, e qui immaginati un’immensa pacca sulla spalla di lode ma anche di comprensione, abbiamo un grande talento di cui la società si è approfittata per anni. Siamo in grado di percepire il reale valore dei lavori di cura come qualcosa in grado di apportare un concreto beneficio al prossimo, alle persone, alla società, al benessere comune.


Sappiamo bene come aiuto e sostegno siano indispensabili al fine di agire per il bene comune: abbiamo una mentalità d’insieme che approccia al futuro.

Peccato che questo ruolo ci sia stato imposto e che la paga sia inesistente.

Ma, al di là delle polemiche che avrai già sentito mille volte al riguardo, ci tengo ad enfatizzare quanto segue: il talento delle donne risiede, anche, nell’essere in grado di portare un’etica sostenibile nelle nuove tecnologie.




Chiara Ferragni, i centri D.I.Re, Sanremo e i cornetti al pistacchio

Ho aperto l’articolo parlando dei centri antiviolenza perché è qui che si vede come il modo di ragionare delle donne porti beneficio a tutte attraverso un approccio scientifico. Anche io, come molte amiche e altre donne là fuori, ho subito situazioni di violenza, nel mio caso psicologica.


Approcciandomi alle materie scientifiche è successo però qualcosa di incredibile: i miei amici, nonché soci e colleghi, mi hanno fatto capire che era possibile, con certe competenze, lavorare per cambiare le cose.


Da piccola ho capito che i cornetti al pistacchio proprio non facevano per me e ho imparato ad evitarli, proprio come oggi, grazie al sostegno ricevuto, evito luoghi e situazioni in cui si perpetuano situazioni di violenza psicologica.


Non fraintendetemi, la leggerezza con cui parlo di questo argomento non è per mancanza di rispetto, ma per far comprendere che si tratta di situazioni quotidiane che possono sembrare normalità all’ordine del giorno quando le si vive, proprio come fare colazione.


Non è sempre facile e certo il mondo in cui viviamo non ci aiuta. Siamo spesso costrette a scontrarci con situazioni in cui pregiudizi, stereotipi, mancanza di rispetto dei diritti e violenza psicologica sono all’ordine del giorno.


Ma proprio qui si unisce tutto: con la tecnologia, con il nostro apporto etico, con la nostra volontà di voler lottare le une per le altre, possono nascere idee in grado di cambiare le cose, di rompere quel silenzio che spesso ci imprigiona.


Il lavoro dei centri antiviolenza delle rete D.I.Re, ad esempio, rappresenta un valore immenso per il territorio nazionale Italiano, così come lo sono le aziende che si stanno certificando per la parità di genere e le università che favoriscono i percorsi STEM per le giovani donne.


Queste reti, se unite insieme, possono permettere a moltissime donne di trovare opportunità valorizzanti per se stesse, contribuendo allo stesso tempo al benessere collettivo di tutte le altre.

Scegliere di non firmare le dimissioni in bianco o di lavorare in aziende certificate, ad esempio, farà aumentare il numero di aziende che vorranno ottenere questa attestazione.


Pensaci: se da consumatori passivi di contenuti sui social, siamo riusciti a diventare una componente attiva in grado di influenzare le strategie marketing delle grandi multinazionali, possiamo fare lo stesso per i nostri lavori.



Un esempio pratico di STEM al femminile

La tecnologia, in questo caso, ci viene in aiuto: pensa ad esempio ad UNA Women, la nostra app, che unisce tutte queste informazioni per contribuire ad abbattere il gender gap entro i 132 anni previsti dal World Economic Forum.


Tramite questa piattaforma è possibile trovare opportunità lavorative nelle aziende certificate gender equal e, per chi lo necessita, vicino ai centri delle rete D.I.Re. Spesso infatti, in situazioni di violenza, ciò che manca è la libertà economica di potersene andare.


In questo modo, ad esempio, si potrebbe lavorare in realtà certificate e continuare a ricevere il sostegno delle case rifugio e/o quello psicologico dei centri. Questo è solo uno degli esempi di tecnologia etica e sostenibile, pensata dalle donne per le donne, che abbiamo sostenuto in questi anni.


Prova ad immaginare un mondo in cui donne e competenze STEM non siano più un ossimoro: cosa saremmo in grado di creare le une per le altre?

Come cambierebbe il nostro modo di lavorare, di vivere la quotidianità?

Quanto saresti felice?

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